Porsche 356 pre-A, anzi, due! Solido 1 : 18

Solido, sempre molto attiva, ha recentemente lanciato sul mercato una bella riproduzione della Porsche 356 pre-A del 1953, come d’abitudine in due diverse versioni. Ma contrariamente al solito, non si è limitata ad una semplice variante di colore, ma, oltre alla versione “stradale”, si è cimentata nella riproduzione di una delle più famose e, modellisticamente parlando, più diffuse Porsche da corsa di tutti i tempi, la 356 della pilota (e attrice) Jacqueline Evans, che nel 1953 partecipò alla IV Carrera Panamericana con una livrea interamente dedicata alla memoria di Eva Peron, prematuramente scomparsa nel luglio del 1952.

Solido, always very active, has recently launched on the market a good reproduction of the pre-A Porsche 356 of 1953, as usual in two different versions. But contrary to the usual, it was not limited to a simple color variant, but, in addition to the “street” version, it ventured into the reproduction of one of the most famous and, modeledly speaking, the most popular Porsche racing of all time, the 356 of the pilot (and actress) Jacqueline Evans, who in 1953 participated in the IV Carrera Panamericana with a livery entirely dedicated to the memory of Eva Peron, who died prematurely in July 1952.


Oltre tutto, Solido ha scelto un modello finora inedito: già, perché a riprodurre la pre-A coupé in scala 1;18, non ci aveva ancora pensato nessuno. E dire che di 356 in circolazione, in scala grande, ce ne sono parecchie, come la ottima BBR in resina (356A), o la 356 “Gmünd” di Autoart (riprodotta anche da YatMing Signature) e la 356 A Carrera di Schuco; in fascia di prezzo inferiore troviamo la 356 A di Sun Star, la 356 B (T6) di BBurago (purtroppo fuori scala e con ruote atroci), la 356 B (T5) di Ricko. Senza dimenticare le 356 A Speedster di Autoart e Schuco, ma alla fine l’unica pre-A disponibile è di nuovo una Yat Ming Signature, ma si tratta di una cabriolet. Quindi, ben fatto Solido.
Oltre tutto, nonostante questa piccola Porsche sia un modellino dichiaratamente economico, è decisamente di bell’aspetto: la linea è ben catturata, la verniciatura è di buon livello così come la posa delle decals della livrea Carrera Panamericana.
Soprattutto, e questo è il particolare che per primo salta all’occhio, Solido ha finalmente azzeccato l’assetto della macchina, che era caratterizzata da carreggiate strettissime rispetto alla carrozzeria così arrotondata, da pneumatici di sezione estremamente ridotta e da un’altezza da terra altrettanto ridotta. Altri costruttori ben più costosi non ci sono riusciti…

Certo, l’economicità del modello si nota nelle finiture: ad esempio, le cornici dei vetri e i paraurti (rostri compresi) non sono cromati ma semplicemente dipinti in argento, con un effetto un po’ “povero” in particolare sulla versione grigia; nulla però che non si possa migliorare con un po’ di manualità, bare metal foil o Alclad Chrome. I vetri alle portiere e la sottigliezza delle cornici sono però particolari da segnalare.
La vista laterale mette in evidenza proprio la correttezza della linea, un po’ più tozza rispetto a quella delle versioni successive. Notare le grandi (e sottilissime) ruote “sprofondate” nei parafanghi. Inoltre, Solido si è impegnata a differenziare i due modelli in diversi particolari: a prima vista si notano i cerchioni, privi di calotte coprimozzo sulla versione “corsa” ma dove non è stata dimenticata, seppur abbozzata, la valvola di gonfiaggio.
Di fronte, si notano le griglie accanto alle luci di posizione sulla versione Carrera, assenti sulla stradale; la Carrera ha anche fari con vetro giallo “alla francese”,  cosa giustificata dal fatto che, attualmente, la vettura restaurata li monta. In realtà, per quanto riguarda la versione corsa, Solido ha fatto un po’ di confusione, perché alla fine ha riprodotto né la vettura originale nè quella restaurata, ma un mix tra le due. Comunque, anche grazie alla livrea ben riprodotta, il risultato è piacevole.
Nella vista posteriore, si apprezza la buona riuscita della griglia motore, non passante ma efficace, i due tubi di scarico piuttosto sottili che sporgono da sotto al paraurti e di nuovo le carreggiate strette. Curiosità, la versione stradale ha la luce di retromarcia incastonata nel tegolino targa, la “carrera” no. Dimenticanza? E una domanda allo staff Solido: perché le luci posteriori esterne sono bianche?
Oltre ad essere in die-cast, i modelli Solido sono sempre dotati di parti apribili: questa Porsche non fa eccezione, difatti si possono aprire le porte, tra l’altro senza lasciare delle fessure troppo grandi tra le parti.

Logicamente, gli interni sono piuttosto spartani: non è presente la moquette, maniglie e levette sono stampate e non applicate, il volante è un po’ abbozzato, la pedaliera (seppur applicata) è piuttosto grossolana, i colori dei particolari non sono del tutto azzeccati (il volante, ad esempio, dovrebbe essere bianco, così come il pomello del cambio, ecc.), ma vista la fascia di prezzo, sono accettabili. Nota: gli strani abbinamenti di colori degli interni, in particolare quelli della versione “carrera”, non sono un’invenzione: cliccate qui e qui e… vedrete!
In conclusione, la 356 di Solido ci è piaciuta. Possiede un ottimo rapporto qualità/prezzo e sarà sicuramente un oggetto molto appetibile per gli amanti delle elaborazioni e delle personalizzazioni, che potranno ottenere con poca spesa un’ottima base da trasformare. E le 356 da corsa non mancano, dalla Targa Florio a LeMans… c’è soltanto l’imbarazzo della scelta.


Jacqueline Evans accanto alla sua Porsche, in una foto d’epoca

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