Jaguar D-type 1955 Le Mans winner – Autoart Signature scala 1 : 18

Autoart deve “avere un debole” per la Jaguar D-type vincitrice a Le Mans nel 1955: dopo averla già riprodotta tempo fa in scala 1:12, poi come slot in scala 1:32, recentemente l’ha proposta in scala 1:43 (con uno splendido modello,tra l’altro) ed ora, finalmente, questa Jaguar è disponibile anche nella scala 1:18. Questa è senz’altro una delle vetture più tristemente famose della storia dell’automobilismo sportivo: infatti proprio con questa Jaguar, durante la 24 ore di LeMans del 1955, il pilota inglese Mike Hawthorn provocò, con una manovra quantomeno azzardata, il tamponamento tra la Mercedes 300 SLR di Pierre Levegh e la Austin Healey di Lance Macklin. A causa dell’urto la Mercedes decollò letteralmente, schiantandosi e rimbalzando sulla barriera che divideva la pista dal pubblico. L’auto esplose due volte: il motore, l’avantreno e il cofano furono proiettati sulla folla, provocando una strage. Il bilancio finale fu di 83 morti (compreso il povero Levegh) e circa 120 feriti.

Foto di Andrea Torchio

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La corsa non fu interrotta, ma la squadra Mercedes, in segno di lutto, ritirò le sue vetture, consentendo così proprio alla Jaguar n. 6 di Hawthorn – Bueb di vincere la gara. (Se qualcuno volesse approfondire l’argomento, su YouTube si trovano filmati d’epoca e due interessanti documentari, uno in inglese e uno in francese, dove è possibile capire la dinamica dell’incidente e vedere la “nostra” Jaguar in azione). Alla fine del 1955 anche la squadra Jaguar si ritirò dalle competizioni, ma la D-type vinse altre due volte di fila a Le Mans, nel 1956 e nel 1957, grazie all’Ecurie Ecosse.

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 La Jaguar D- type “long nose” in una foto ufficiale

 

Ma torniamo al nostro modello. Questa vettura, n. di telaio XKD505, era uno dei sette esemplari allestiti dalla Casa con alcuni aggiornamenti tesi a migliorare l’aerodinamica e di conseguenza la velocità massima. Il cofano venne allungato di circa 7 pollici, furono modificate le uscite dell’aria, la pinna stabilizzatrice posteriore assunse un profilo più efficace, lo scarico laterale venne eliminato allungando i tubi e facendoli uscire da sotto la coda. Le macchine con questa configurazione presero la denominazione “Long Nose”, proprio per la maggiore lunghezza del musetto, mentre la versione standard divenne “Short Nose”.

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jaguar-dtype-codaAutoart ha riprodotto come di consueto, in maniera perfetta e con molta cura la linea affusolata della vettura. La verniciatura è lucidissima ed uniforme, le varie parti mobili combaciano perfettamente tra loro con spazi ridottissimi. Sono apribili il cofano anteriore, la porta lato guida, il vano per la ruota di scorta, lo sportello del tappo carburante; il coperchio del posto passeggero è amovibile, sterzo e sospensioni sono funzionanti. Tutte le decorazioni sono eseguite con tampografie. È da notare che per aprire i cofani, sia anteriore che posteriore, è necessario agire come nella realtà sulle maniglie di sblocco, ruotandole e che anche la levetta di apertura del coperchio del posto passeggero funziona veramente.

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Ai lati del cofano motore sono presenti anche le cinghie di fissaggio, realizzate in vera pelle, con fibbie in fotoincisione. La fanaleria, sia anteriore che posteriore, è come sempre molto realistica; le calotte dei fari sono fissate con piccoli rivetti e la griglia della calandra è fotoincisa.

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Il famoso sei cilindri in linea è riprodotto molto bene, con una notevole cura dei particolari ed utilizzando materiali diversi. Il motore è completamente cablato e sono presenti anche i cavi dei fari e le tubazioni dei freni, i famosi dischi Dunlop che “facevano la differenza” in gara. Stranamente, però, mentre le pinze sono di colore argento, i dischi sono stati realizzati in semplice plastica nera. Anche i carburatori sono un po’ penalizzati dalla verniciatura in grigio uniforme, nonostante la presenza dei cromatissimi tromboncini di aspirazione in metallo: forse un tocco di colore in più su qualche particolare avrebbe giovato.

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Il motore della vera Jaguar D-type

Bello il tappo del serbatoio dell’olio, ben fatto e per dipiù apribile. L’abitacolo ha i sedili rivestiti in vera pelle ed è molto ben riprodotto, pur nella sua semplicità. Il volante ha le razze ralizzate in metallo fotoinciso e la corona in simil-legno, la strumentazione ha i quadranti ben leggibili e la porta è dotata di una piccola molla di bloccaggio che la mantiene chiusa.

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Alle spalle del posto guida, una volta aperto lo sportello, dotato internamente di un cinghietto di sicurezza in vera pelle, possiamo aprire il tappo del carburante. Anche qui, una piccola molla assicura una chiusura perfetta. Il vano posteriore, apribile ruotando la maniglia, contiene la ruota di scorta; sono visibili il tubo di sfiato del serbatoio ed il cablaggio della luce targa (che sulla vettura da gara, in realtà, non era presente: è stato aggiunto però sulla vettura attuale, ricostruita dalla Lynx negli anni 80).

 

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Il particolare della caratteristica pinna in una foto dell’archivio Jaguar

Il fondo del modello ci mostra una bella riproduzione del telaio e della meccanica, con il doppio tubo di scarico in metallo che corre lungo tutta la vettura. Il retrotreno è dettagliatissimo, con ammortizzatori, differenziale, bracci delle sospensioni e tubazioni dei freni. Anche qui, però, domina il monocolore nero (dischi compresi), che tende a uniformare il tutto nascondendo un po’ i tanti dettagli. Un tocco di colore in più o qualche parte semplicemente color “metallo” avrebbero sicuramente fatto risaltare  maggiormente la bellezza dell’insieme.

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Le ruote riproducono ottimamente i cerchioni “Dunlop” con gallettone centrale e ci fanno rimpiangere il fatto che non siano realmente smontabili; gli pneumatici sono giustamente opachi ed hanno una buona riproduzione del battistrada, ma sono purtroppo privi di qualsiasi stampigliatura sui lati. La valvola di gonfiaggio è stata, anche questa volta, completamente ignorata. Per pignoleria notiamo che l’assetto della vettura è leggermente “alto” sulle ruote; agendo sulle molle il modello si abbassa, ma rimane comunque qualche millimetro di troppo.

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Confrontando il modello con le foto d’epoca della vettura vera, notiamo qualche leggera imprecisione nella forma del parabrezza, leggermente differente nella parte unita alla pinna e nelle decorazioni: ad esempio, la fascia bianca intorno alla “bocca” della calandra era leggermente più larga  ed  il “baffo” bianco sulla pinna era di forma leggermente diversa: mancava inoltre, come già detto, la luce targa. Bisogna dire però che, almeno per quanto riguarda parabrezza e luce posteriore, Autoart ha copiato fedelmente la vettura così come si presenta ai giorni nostri.

Confrontiamola ora con altri due modelli Jaguar nella stessa scala, sempre prodotti da Autoart; la XK-SS e la E-Type.

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La prima è un modello presentato più di dieci anni fa ed è tutt’ora in catalogo nella serie “Steve McQueen”. La XK-SS altro non era che la versione stradale della D-type, prodotta per poter smaltire i 25 telai avanzati dopo la fine della produzione. A causa di un incendio che distrusse 9 tra vetture finite e telai in lavorazione, alla fine solo 19 XK-SS uscirono dalla fabbrica e furono vendute quasi tutte negli USA.

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Una di queste divenne l’auto preferita del grande Steve McQueen, che la chiamava col nomignolo “Green Rat”. Nonostante gli anni che sono passati, il modello presenta ancora un ottimo livello di dettaglio e non sfigura accanto alla nuova Jaguar, a riprova dell’ottimo lavoro fatto già a suo tempo da Autoart.

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Affiancando i modelli si nota subito perché la “nostra” D-type era definita “Long Nose”: la forma del cofano è molto più affusolata e rende la macchina molto più slanciata. Per il resto, si nota subito la derivazione corsaiola della XK-SS, che, seppur “civilizzata” dalle  due porte, dal parabrezza, dalla  capote e dal paraurti  resta in tutto e per tutto un’auto da corsa. Ricordiamo anche che, sempre dieci/quindici anni fa, Autoart produsse, insieme alla XK-SS qui fotografata, il modello in scala 1:18 della D-Type prototipo, priva della pinna posteriore. Un bel modello ora reperibile (a caro prezzo) solo su internet.

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Per quanto riguarda la E-type, presentata recentemente nella stessa serie Signature, quindi caratterizzata da un alto livello di dettaglio, si nota immediatamente la chiara ispirazione alla D-type nella linea (il cofano è praticamente uguale); ma altrettanto immediatamente si capisce che la E-type è nata per essere un’elegante spider ad alte prestazioni e che le corse, pur presenti nel suo DNA, non erano nei suoi programmi. In ogni caso, è notevole per i tre modelli il rispetto delle proporzioni e della scala. Vederle insieme, affiancate, è un vero piacere.

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In conclusione, Autoart ci propone un bel modello, che offre un livello di riproduzione molto alto ad un prezzo tutto sommato ragionevole, soprattutto se confrontato con altre marche concorrenti, certo più dettagliate ma decisamente più care.
C’è quindi da augurarsi che Autoart decida di affiancare a questa bella Jaguar altre versioni e ci sorprenda magari con una D-type nella livrea dell’Ecurie Ecosse, o in allestimento “Short Nose”, o, perché no, con un upgrade della “vecchia” D-Type prototipo… con un palmarés come quello di questa vettura, la scelta per una versione da gara certo non manca!

Per informazioni sui modelli in scala prodotti dalla AUTOART rivolgersi alla Mini Mniera SAS, via C. Vinaj 25, 12100 Cuneo. Contatti: mail info@miniminiera.com –    tel +39-0171 344420

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